Delle cose mortali nulla v'è di più incerto degli eventi guerreschi, nulla di più imprevedibile, nulla che esorbiti di più dai pensieri degli uomini. La vittoria non dipende nè dal numero nè dalle forze.

[Coluccio Salutati - cancelliere fiorentino del XV sec.]



domenica 22 maggio 2011

L'incrociatore leggero classe "Raimondo Montecuccoli"

Realizzato nel cantiere Ansaldo di Genova,fu impostato il 10/04/1933, varato il 2/08/1934, entrato in servizio il 30/06/1935 fu tolto dal servizio il 1/06/1964.; della stessa classe fa parte il "Muzio Attendolo". 
Progettati dal Comitato Progetti Navi, queste unità e le due successive (classe "Duca D'Aosta") rappresentarono una evoluzione ed un netto miglioramento della precedente classe "Condottieri".
Non si trattava più di grandi conduttori di flottiglia, ma di veri incrociatori capaci di effettuare tutte le missioni riservate a questo tipo di nave.
Con un opportuno aumento del dislocamento fu possibile meglio equilibrare armamento, protezione e velocità, ottenendo inoltre una buona stabilità.
Il MONTECUCCOLI dal 1949 venne impiegato come incrociatore scuola per gli allievi ufficiali dell'Accademia Navale e conseguentemente trasformato nel periodo 1952-1954.
Il Montecuccoli in navigazione con una delle "livree" mimetiche adottate dalla Marina italiana
Campagne di guerra: Guerra Civile Spagnola 1936-39, Seconda Guerra Mondiale.

martedì 26 aprile 2011

IL CAVALIERE DI SANTA MARIA DEI SERVI: Un enigma faentino

La lastra funeraria con figura di Cavaliere, suggestivamente collocata all’ingresso dell’Emeroteca comunale, restaurata con il contributo della sezione faentina del Rotary Club, proviene dalla Chiesa di Santa Maria dei Servi.
Sulla lastra appare adagiata la figura di un guerriero con il capo posato sul cuscino e le mani congiunte in preghiera, gesto insolito che dona all’immagine un senso di profonda pietas.
L’uniforme che lo riveste è resa in maniera puntuale e, nonostante il fortissimo logorio, risulta ancora leggibile nei minimi particolari, dal bacinetto con barbuta alla corazza sotto veste, ai guanti di grossa pelle lamellati in ferro, alla daga e spada appese al cinturone e legate alle “catene d’armi”, ai gambali, agli speroni; il che lo rende ancora passibile di confronti ai fini della sua, quanto meno plausibile, datazione.
In realtà il mistero è proprio questo: lo stemma pare essere quello della famiglia Pasi, ma si tratta di uno stemma più volte documentato a Faenza e già oggetto di dispute.
Federico Argnani alla fine del secolo scorso aveva riferito uno stemma similare, dipinto su di un boccale faentino in maiolica, ad un Giacomo Pasi che sarebbe stato vescovo di Faenza tra il 1258 ed il 1273, tenendo anche conto delle notevoli somiglianze con lo stemma di cui si fregiavano i Pasi nel Cinquecento. Gaetano Ballardini confutò tale ipotesi dimostrando, con precisa documentazione, l’inesistenza di un vescovo Pasi in città nel XIII° secolo, notando inoltre che nello stemma della famiglia Pasi il capo era ornato con i gigli di Francia ed attribuendo poi lo stemma dipinto sul boccale, anche per il fatto che era sormontato da un cappello cardinalizio, al Cardinale Egidio Albornoz, legato pontificio presente a Faenza nel 1359. A complicare l’identificazione del nostro milite, c’è la quasi completa illeggibilità della scritta che può essere trascritta come “dodici novembre 1280” oppure “dodici novembre 1380”, ma anche “1320”. La prima è la meno probabile visto che la costruzione della Chiesa dei Servi cominciò nel 1313, ma assegnare per buono il 1320 ad un Pasi risulta più difficile in quanto la famiglia assunse solo nel Cinquecento un ruolo importante nella vita cittadina, con la presenza anche di un vescovo agli inizi del Cinquecento. Peraltro le caratteristiche militari dell’armatura la collocano innegabilmente nella seconda metà del trecento: le catene d’arma sono una datazione inoppugnabile. A complicare ulteriormente l’identificazione, l’epigrafe, anche se frammentata, lascia leggere parole quali “la constatazione o la speranza di essere salvato nell’abito santo e l’auspicio che ogni sua impresa gli valga la possibilità alla corte santa”; formula decisamente anomala rispetto alle formule più ricorrenti che indicano il casato, qualche impresa e la richiesta che l’anima riposi in pace. Non è quindi del tutto da escludere la eventualità che il Nostro sia appartenuto più ad una milizia religiosa che non cittadina.
Ad oggi la datazione ritenuta più probabile è il 1320 in quanto si tende ad assegnare alla stessa bottega artigiana (quella di Arriguzzo Trevisano) la realizzazione della lastra, affiancandola a quella perfettamente identificata, di Filippo Desideri 1315 (ora al Museo Civico di Bologna).
Il mio pensiero di appassionato di storia militare e di uniformologia, mi porta a formulare una diversa ipotesi, pur senza voler, con questo, contestare gli studiosi di Storia dell’Arte ai quali anzi chiedo un confronto sulla mia ipotesi.
Volendo procedere alla riproduzione tridimensionale del Nostro Cavaliere, si pone il problema della sua colorazione araldica.
Ho fatto la scelta di collocarlo nell’ambito della Famiglia Pasi secondo questa ipotesi: la lastra tombale può essere stata realizzata in anni in cui la famiglia Pasi poteva permettersi tale spesa, marcando chiaramente, tramite lo scudo, l’appartenenza ad essa della figura del defunto, è plausibile che si trattasse di un “milite appartenente ad una congregazione religiosa” forse vissuto nel trecento, magari, e quindi vestito con le armi dell’epoca, ma, e questa è l’ipotesi più originale, è anche plausibile che in realtà la figura sia stata vestita con le armi dell’epoca, ovvero che il defunto fosse comunque del XV° secolo. Ovvero, se diamo per assodato che solo nel XV° secolo la Famiglia Pasi avesse il denaro sufficiente per permettersi una così ricca sepoltura, è possibile che abbia voluto ricordare un famigliare di tale epoca, ma anche di un’epoca precedente, per raccontarne i meriti e marcare il fasto di cui si potevano permettere.
Se questo corrispondesse a verità è molto probabile che i pezzi dell’armatura siano quelli che effettivamente erano esistenti nell’epoca nella quale è stata realizzata la lastra tombale: ciò verrebbe a sancire, una volta di più, che le disponibilità delle armature, soprattutto in periferia, continuava a mantenersi a lungo anche quando nei centri di produzione erano apparse nuove armi ed armature.  Un po’ come dire che la moda e la tecnologia degli armaioli stentava a diffondersi capillarmente, frenata ovviamente dagli alti costi. In sostanza è pensabile che il Nostro fosse vestito come un trecentesco (XIV° secolo) pur raffigurando un personaggio del quattrocento (XV° secolo), ma al contempo è più che plausibile che fosse un uomo del quattrocento vestito con le effettive armi disponibili in tale periodo in città, tutto sommato periferiche come la nostra, rispetto ai grandi centri di produzione d’armi del milanese.
Questa è l’ipotesi che il sottoscritto ha formulato, ovviamente pronto a rivederla se la corretta identificazione della lastra tombale e soprattutto la datazione artistica della stessa potrà essere, con ulteriori studi, indubitamente stabilita.

Conferenza: FAENZA NELL’ETÀ COMUNALE: LE RADICI DEL NIBALLO

Le origini storiche della città e del nome Niballo, lo sviluppo nell’età comunale, la nascita dei Rioni, l’organizzazione militare, le guerre, l’uso sociale dei palii e delle giostre; la Signoria Manfrediana dal 1313 al 1501
Le origini della Città
Cito testualmente il “Messeri – Calzi”: Intorno all’origine di Faenza varie sono le opinioni e molta l’oscurità, il Tolosano dice che la città fu fondata circa il 20 a.C., al tempo d’Augusto, da un tal Flavio romano, che le impose il nome di Flavia, ma altri scrittori prima e dopo Augusto sostengono un’origine ben più antica della città. Lo Zuccoli, cronista del XVII secolo gli Attici sbarcati sul litorale, fondata Navenna (poi Ravenna) nel 1199 a. C. si spinsero nell’entroterra lungo il fiume Amone (detto Lamone) e fondarono Phaentia o città splendente.
Quando arrivarono gli Etruschi pare che le cambiassero nome in Faventia ma poi vi furono diverse dominazioni galliche fino alla loro sconfitta nel 225 a.C. da L. Emilio a Talamone. Faenza è comunque ricordata da Silio Italico (Punica, lib. VIII) per la sua fedeltà a Roma durante le guerre contro Annibale.
LA FAENZA COMUNALE
Tra la fine del sec. XI e nella prima metà del XII matura, tra lotte faticose, difficili e spesso oscure, la grande rivoluzione che trasforma la città da feudo in comune; e l’autonomia comunale non ha, in genere, inizialmente un vero e proprio carattere democratico, bensì è opera, non di rado, delle fazioni dei nobili stessi, le quali, lottando contro il conte o signore feudale, e spesso anche tra di loro, fondano il primo nucleo aristocratico di quel governo cittadino che rompe la catena della gerarchia feudale e che poi sarà lentamente conquistato dalla “democrazia” borghese. Di tale rivoluzione non parlano ufficialmente i cronisti dell’epoca, forse non riconoscendola, eppure sotto la scorsa esteriore e spesso favolistica dei racconti, delle storie di rivalità e guerre con Ravenna (il cui Vescovo era l’alto signore del contado faentino) le lotte con i castelli vicini, le fazioni e le discordie intestine tra nobili e nobili o fra nobili e popolo, non è difficile scorgere gli indizi di quel gran mutamento sociale e politico. Faenza fu una delle prime città italiane che si costituirono a Comune, infatti :
1037                        la definizione di “comune” appare negli Annales
1080                        l’aiuto del Conte di Vitry ai Faentini contro i Ravennati
1124-1141              Faenza combatte otto guerre contro i suoi vicini cercando di guadagnarsi un proprio spazio
1138                       la più grave contro i Ravennati (alleati di Imola) presso il Rio Sanguinario vicino a Castel Bolognese
L’XI secolo è comunque un periodo di transizione per Faenza che si vede più volte minacciata nella sua esistenza dai nemici che la circondano: Bologna e Ravenna, tanto più forti di lei. E’ solo dal principio del XI secolo che si fanno più evidenti i segni di una azione sempre più indipendente della città e della trasformazione della sua vita politica e sociale interna. I cronisti e gli storici di questi anni narrano soprattutto le vicende esterne della città: dalle quali risulta lo svolgersi di una vita comunale in mezzo a continue lotte, imprese e saccheggi.
 In questo primo periodo di vita comunale, il principale nemico dei faentini fu Ravenna, per cui Faenza si alleò frequentemente con Bologna, senza disdegnare di intromettersi in una lite tra Bologna e Modena né di cercare amici fino a Cesena.
1141                       istituita la magistratura dei “Consoli”
Il 1141 è un anno importante per la città poiché in quell’anno si istituì la magistratura dei “Consoli”: Teodorico di Pennone, Meliorato Malabusse, Pietro di Gherardo della Casa. Tale istituzione di governo, che aprì la strada alla successiva introduzione della figura del “Podestà” consentì di controllare le lotte interne tra le fazioni cittadine e avviò il periodo economicamente e militarmente più forte della Faenza comunale.
1155                       istituita la figura del “Podestà”
1141-1178              16 guerre contro castelli e comuni vicini, in questo periodo Faenza parteggia per Federico I “Barbarossa” (vedi frammento)
1178                       fa parte della Lega Lombarda (1176 Battaglia di Legnano)
Nel 1183 il Comune faentino è compreso tra i confederati che firmarono la pace di Costanza.
1189                       200 Faentini partirono per la terza crociata
Nel 1189, duecento faentini partirono, con il vescovo Giovanni, alla volta della Terra Santa per partecipare alla terza crociata.
1218                       “comunanza delle genti d’arme”
E’ del 1218 la “comunanza di gente d’arme” cioè la costituzione delle compagnie d’armi delle quali è frequente l’uso nella vita varia ed inquieta dei comuni italiani: tali Compagnie erano costituite allo scopo di assistenza e reciproca difesa tra i cittadini di una stessa classe; è un’importante passo della “democrazia borghese” che inizia in questo modo a partecipare al governo, dividendo gli uffici pubblici con i nobili.
1226                       Faenza aderisce alla seconda Lega Lombarda ed invia 50 Cavalieri che combatteranno a Cortenuova (1237 vinta dagli imperiali di Federico II)
1240-1241              Faenza, fedele alla Lega fu assediata dall’Imperatore (indipendenza svizzera)
Scomparsa la minaccia imperiale dopo l’assedio del 1240/1241, si riaccesero in città le lotte intestine tra i Guelfi ed i Ghibellini, che spingeranno rapidamente la città verso la “Signoria”.
 dal 1248                  lotte intestine tra guelfi e ghibellini (Accarisi e Manfredi)
La parte guelfa era capitanata dalla famiglia Manfredi, quella ghibellina dagli Accarisi; è poi di questi anni l’istituzione della nuova magistratura del “Capitano del Popolo” che rappresenta gli interessi delle classi popolari. L’unico periodo di pace interna (1253-1255), fu ottenuta da Ugolino di Albertino de’ Fantolini da Cerfugnano, ricordato da Dante Alighieri nel Purgatorio, che riuscì a pacificare Manfredi ed Accarisi. Ma dal 1256 le discordie interne ripresero senza tregua ttraverso lotte aperte, tradimenti e assassini come quello di Manfredo Manfredi tramandato da Dante: “…le frutta del mal orto…” o con episodi d’onore quale quello di Rinieri Calcoli descritto da Dante nel PURG.XIV. La struttura di governo democratico del Comune era irrimediabilmente avviata alla degenerazione, il passaggio tra il Comune e la Signoria non è naturalmente immediato, anzi avviene attraverso un vero e proprio periodo di transizione nel quale la nuova forma di governo si disegna lentamente, la figura del Podestà, per consolidarsi via via ed infine affermarsi –nel 1313- con la presa di potere da parte dei Manfredi.
LA SIGNORIA MANFREDIANA 1313 – 1501
In Romagna ed ai suoi confini soltanto i Malatesti di Rimini e i Montefeltro ad Urbino, raggiungono un potere superiore, grazie ad alcuni loro esponenti che, come capitani generali, presiedono a grandi leghe di eserciti, mentre i Manfredi usano sì la Condotta come mestiere per rimpinguare le sempre esauste finanze e per farsi un nome, ma non giungono mai al credito di un Carlo o di un Pandolfo Malatesti, o di un Federico da Montefeltro. Si può dividere in due parti il cammino storico della Signoria manfrediana per effetto di un mutamento istituzionale che caratterizza il secondo periodo, staccandolo nettamente dal primo.
Il primo periodo va da Francesco I Manfredi ad Astorgio I (1313 – 1404)
Francesco usurpa il potere comunale assumendo il titolo di Defensor populi, già Maghinardo Pagani nel 1290 aveva assunto un titolo consimile (Defensor Civitatis, a giustificazione della sua usurpazione di potere), ma non in odio ai nobili come ora Francesco che s’appoggia al popolo; in questa fase infatti i Manfredi ricoprono la carica di Capitano del Popolo;.
La Signoria in questo tempo è assai precaria: conosce vuoti di potere quando la città è ripresa dai legati papali per un governo diretto.
Per due volte in questo periodo troviamo il Signore scomunicato e sotto interdetto la città.
La prima volta con Francesco I, la seconda con suo nipote Giovanni. Nel 1317 Francesco I edifica il Castello di Granarolo.
Tra il 1333 e il 1338 il Papato fatica a tenere sotto controllo, in obbedienza, i signorotti romagnoli.  Nel 1358 fu distrutta la Compagnia del Conte Lando al passo delle “Scalette” tra Biforco e Belforte (Modigliana). 1376 Faenza fu saccheggiata dal terribile John Hawkwood, detto Giovanni Acuto (o più semplicemente l’Acuto), ma andò peggio ai Cesenati l’anno successivo.
1378 è Astorgio I che assume ufficialmente il titolo di “magnifico signore” (dominus) ed anche di Capitano generale; Astorgio batte moneta con la propria insegna ed il suo nome; ottiene inoltre il titolo di “Vicario di Faenza per la Santa Sede”
Con 4000 fanti e 600 uomini d’arme formò la Compagnia della Stella. Nel 1390 Astorgio è al campo bolognese contro i Visconti con 70 lance e 400 fanti. La sua fine è drammatica, gli viene mozzato il capo in piazza, reo di tradimento alla Chiesa.
Tra il 1404 e il 1410 c’è un periodo di confusione perché Gian Galeazzo Manfredi (figlio di Astorgio) cede per mezzo di Paolo Orsini, Capitano Generale delle Milizie ecclesiastiche, la città di Faenza alla Chiesa per 10 anni in cambio di 200 fiorini d’oro al mese e l’assoluzione da tutti i peccati, presenti, passati e futuri, per sé e per tutti i propri seguaci ed amici.
 Il secondo periodo va da Gian Galeazzo ad Astrogio III (1410 – 1501)
Il mutamento che divide il secondo periodo dal primo consiste nell’elevazione a contea della parte di Val di Lamone da Quartolo a San Cassiano rimasta alla città, con Brisighella al centro e l’investitura ereditaria di essa, con tutti i previlegi feudali connessi, ai Manfredi che restano vicari solo per Faenza. Nel 1410 Gian Galeazzo riprende il potere ottenendo il titolo di Vicario per la Santa Sede in Faenza ed il titolo di Conte della Valle d’Amone. Galeazzo affida l’incarico a quattro giuristi di stendere gli Statuta Faventiae che verranno poi chiamati “gli statuti vecchi” rispetto ai nuovi del 1527, ma questo perché andarono perduti quelli di epoca precedente. Interessante la suddivisione delle classi di lavoratori ed imprenditori ed i divieti severissimi ai “magnati”. Astorgio II, uno dei quattro figli di G.G., è colui che godrà più a lungo della Signoria al suo massimo splendore, inizia con lui il periodo 1454 –1494 vigilato per un decennio dalle due teste politiche maggiori del tempo, Francesco Sforza e Cosimo Medici, culminando con la figura di Lorenzo il Magnifico, ago della bilancia tra gli Stati italiani, con segni di una prosperità ed uno splendore artistico e culturale mai visto, ammiratissimo da tutta Europa nelle nostre città di maggior grido: Firenze, Roma, Milano, Napoli, Venezia, Ferrara, Mantova, Bologna, ognuna con il suo particolare aspetto umanistico e rinascimentale.
1482 Guerra di Ferrara, partecipa Galeotto Manfredi. Sono gli anni del rinnovamento edilizio di Faenza (Carlo II completa le mura avviate da Astorgio I). Galeotto, preso il potere nel 1477, sposerà Francesca Bentivoglio di Bologna, e verrà da quest’ultima ucciso nel 1488.

sabato 11 settembre 2010

ESERCITO CROCIATO

THE “FIRE & FURY” AFTER

"Fire & Fury": Regolamento per la Guerra civile americana. http://www.fireandfury.com/

Ritornato da Dadi.Com [http://www.dadiepiombo.com/] e visto il successo del primo torneo di F. & F. ho sentito dentro di me l’ossessione di questa frase “il nostro mondo (del wargame) non sarà più lo stesso dopo Fire & Fury”
Mi sono quindi deciso ad esprimere per iscritto le considerazioni che mi esplodono dentro, confidando nella comprensione di chi mi legge.
Non sono sicuro che tutti i regolamenti vadano bene per tutte le esigenze, anzi sono convinto del contrario: ritengo che un regolamento mirato alla competizione (vedi DBR/DBM ecc..) non possa e non debba essere valutato troppo secondo l’ottica di uno storico.
Quello che si chiede ai regolamenti “da torneo” sono soprattutto la giocabilità, la rapidità, la semplicità di apprendimento, un limitato uso di soldatini; che non sono necessariamente le priorità adatte ad una approfondita ricostruzione storica.
Ma non è mia intenzione dilungarmi nel consunto dibattito (più volte sentito nelle mailing list) tra storici e competitivi (che peraltro sono termini difficili da descrivere), né è mia intenzione spacciarvi, sotto il nome di Rievocazione storica, una noiosissima partita giocata a prezzo di defatiganti discussioni o prolusioni dell’Autore/Master di turno, magari per una decina di serate.
Ci sono principi che (per me) devono valere sempre, sono prioritari anche quando si fa una severa ricostruzione storica:
> Giocabilità: che significa velocità di gioco e facilità di apprendimento, ma soprattutto la capacità di fare interagire (senza discutere) molti giocatori attorno allo stesso tavolo.
> Realismo: ovviamente un comportamento coerente con la realtà storica, flessibilità nell’uso di scenari di diversa dimensione ed adattabilità anche a quantitativi di truppe molto diverse nel numero fra loro.
> Gestibilità: ovvero la possibilità, per i giocatori, di comportarsi realmente come i comandanti storici, a seconda del livello assegnato, Divisione, Corpo d’armata ecc..

Non sono del tutto sicuro che F. & F. sia applicabile ad una situazione di torneo, l’equilibrio dei dadi e delle tabelle di F. & F. è molto delicato e nel “breve periodo” di una partita, può risultarne disequilibrato.
Ancora di più può disequilibrare il terreno, o l’uso di eventuali scenari: attraversare ponti è difficile e comporta perdite elevate che difficilmente sono giustificate nell’arco temporale di un torneo (ben diverso se questo avviene in un contesto di Campagna).
Molti fra i “vecchi” giocatori nell’impatto con F. & F. si sono divisi fra chi ha accettato con entusiasmo i nuovi concetti espressi e chi invece li ha ricusati completamente.
Prendiamo come esempio Empire, vi era chi amava il carattere globale del regolamento, con i suoi concetti di tempo telescopico, di movimento di grandi masse e uomini e della visione dell’insieme della battaglia.
Vi era poi chi era affascinato dalle possibilità tattiche del regolamento che arriva a gestire le singole compagnie negli scontri.I primi hanno sempre visto le “minuzie tattiche” del regolamento come un impedimento allo sviluppo degli scontri nel loro complesso, i secondi lo apprezzavano proprio per questo, rimanendo legati alla logica dello sfruttamento delle pieghe del regolamento stesso, cara ad alcuni vecchi giocatori di Quarrie, Newbury, ecc..
E’ superfluo dire che sono stati proprio questi ultimi a rifiutare Fire & Fury che, grazie alle sue caratteristiche, ha fatto piazza pulita di quello che io chiamo “un vecchio modo di intendere il Wargame”
Più semplicemente si potrebbe dire che i giocatori si sono divisi fra coloro che pensano in grande e quelli che non lo fanno, ma forse questo sarebbe attribuirsi meriti eccessivi !!
Se non si prendono in considerazione le tavole dell’efficacia e quella dei movimenti di F. & F. in pratica non si prende in considerazione la sintesi stessa del regolamento.
Solo arrivando a comprendere la semplicità e l’immediatezza con le quali gli autori di F. & F. sono riusciti a cogliere l’essenza delle battaglie dell’ottocento senza comunque sacrificare nulla al realismo, al gusto del gioco ed alla ricostruzione storica, si può apprezzarne il loro lavoro.
Se lo si fa automaticamente si passa dalla parte di coloro che non riescono più ad appassionarsi a quei regolamenti, tutti peraltro rispettabilissimi, che limitano la loro ricostruzione a piccoli episodi, spesso del tutto marginali.

Con F. & F. puoi ragionare sulla partita, anzi il tuo compito è proprio la pianificazione dell’azione, ma poi non ne hai il controllo: le unità infatti non muovono sempre come tu vuoi, a volte non muovono affatto o possono anche scappare: e questo non è altro che "riprodurre" la realtà!

venerdì 10 settembre 2010

E SE I FRANCESI NON AVESSERO VINTO A SOLFERINO?

SOLFERINO ‘59: nel 150° anniversario della battaglia, giocata a RECCO (GE)

“…i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
Se queste parole fossero state scritte nel 1859 e se quell’esercito fosse stato quello di Napoleone III°…??

Quanti SE !

E’ prerogativa di una partita di wargame produrre questa ridda di “se”, quando il risultato è inaspettato, rispetto a quello canonico che ci si aspetta dalla Storia.
Andiamo con ordine.
Un gruppo d’amici wargamer “fanatici” di SAVOIA! si ritrova sulla Riviera Ligure, a Recco (GE) patria di un’importante squadra di pallanuoto, per giocare il “mitico” scenario della battaglia di Solferino: 24 giugno 1859.
Quella di Solferino (affiancata da San Martino combattuta dai Piemontesi lo stesso giorno) fu la giornata più sanguinosa di tutte le guerre del Risorgimento italiano.
L’Europa di seguito avrebbe visto battaglie ben peggiori, ma allora quel massacro fece impressione: lo spettacolo dei morti e dei feriti colpì talmente Francesco Giuseppe che scrisse alla moglie “…meglio perdere una provincia e non rivedere mai più una simile carneficina…”
In realtà con le guerre napoleoniche era andata molto peggio, ma si sa, la Storia deve essere valutata nel contesto in cui si svolge e, per quell’epoca, le cose stavano così, anche se a turbare Napoleone III non fu solo la pena per i suoi soldati, bensì più probabilmente la paura per le minacce prussiane sul Reno, unita al fatto che il meglio del suo esercito si stava facendo decimare in Italia.
Tutto nasce dal fatto che la battaglia di Solferino, che insieme a quella parallela di San Martino decise la guerra del ’59, avvenne quasi per caso.
Nessuno la voleva, o meglio, nessuno la prevedeva e, forse per questo, fu così feroce.
Fu l’improvvisa decisione austriaca (basata sulla falsa notizia che 60mila francesi stavano per sbarcare sulle coste adriatiche) di sospendere la ritirata, tornare indietro, ripassare il Mincio verso ovest e bloccare l’avanzata franco-piemontese prima del temuto sbarco alle spalle, a provocare lo scontro.
Infatti all’alba del 24 giugno entrambi gli schieramenti sono in marcia ed è a questo punto che, wargamisticamente parlando, bisognerebbe far partire la simulazione.
Con l’ausilio delle splendide carte dello Stato Maggiore Esercito è infatti possibile ricostruire l’evento fin dall’avvio ed in questo caso, l’intervento dei giocatori avrebbe maggiori probabilità di modificare l’andamento degli eventi.
Ma il tempo è tiranno, quindi dovendo giocare in un solo giorno, si è deciso di partire con lo schieramento delle 11,30, partendo sempre dalla carta dello SME che illustra perfettamente lo schieramento delle truppe e stabilisce in maniera certa le unità che hanno effettivamente combattuto quel giorno.
Per coloro che vorranno approfondire sarà infatti una sorpresa scoprire come gli organici effettivi siano più bassi di quanto spesso pubblicato in passato da Autori che si sono riferiti agli organici teorici dei due eserciti.
La partita si presenta difficile, alle 11,30 i due schieramenti sono vicinissimi, quasi a distanza di combattimento e con la maggior parte delle artiglierie schierate e capaci di eliminare rapidamente unità che muovano improvvidamente di fronte a loro.
Inizialmente il senso d’impotenza pervade i Giocatori (ognuno comanda un Corpo d’Armata) ogni azione è pagata cara, le basi saltano e la capacità combattiva delle unità di prima linea sembra dissolversi come neve al sole.
Forse i concetti di “guerra lampo” sono entrati profondamente dentro di noi e restiamo inerti di fronte all’unica realtà che la partita sembra proporci: attaccare, combattere, a testa bassa!
E’ questo che fa la differenza nel wargame e lo rende così affascinante, ora capisco cosa ha provato Henry Dunant (fondatore della Croce Rossa che prese l’avvio proprio a Solferino): le “basi” sono uomini che muoiono, sono feriti, si gettano a terra atterriti e smettono di combattere!
Così è dunque la realtà che si presenta a noi Giocatori, con tutta la sua durezza.
La partita è impegnativa e va giocata tra giocatori di pari livello d’esperienza, ma il francese è forte, ha la migliore elite post napoleonica esistente in Europa: Guardia, Legionari, Algerini sono truppe speciali; gli Jager ed i Kaiserjager non sono da meno, ma sono pochi e sparsi, mentre il Corpo di Mac Mahon e la Guardia del grande Saint Jean D’Angely sono due martelli pneumatici!
Che fare ?
Bisogna avere il coraggio di manovrare, non temere la cavalleria della Guardia, bluffare!
Così un grande Schwarzenberg bluffa al centro e copre l’arrivo di Veigl e delle restanti Divisioni di Zobel; Clam Gallas non molla che pochi centimetri aggrappato alle sue alture ed un immenso Schaffgotsche finge di aggirare a Sud il 3° e 4° Corpi francesi che cadono nella trappola e dimenticano di chiudere al centro.
E’ fatta!
I francesi si disperdono, non coordinano la loro azione e la Guardia entra in azione troppo tardi.
Francesco Giuseppe non fugge dal campo, anzi è pronto a guidare al contrattacco l’accorrente Veigl.
Lo scenario, come previsto, termina alle 16,30 e Solferino è salva, il fronte austriaco regge mantenendo riserve pronte a contrattaccare; Benedeck non sarà più minacciato sul proprio fianco sinistro e, forse, gli Italiani non potranno prendere San Martino.
Se fosse accaduto cosa sarebbe successo?
Cari lettori siete liberi di formulare ogni ipotesi al riguardo.
  Ciò che conta è che la nostra azione di wargamer diventa un utile strumento per approfondire la conoscenza, le sue variabili, le sue conseguenze che vivono ancora oggi e ci aiutano a valutare il futuro.
Grazie a tutti gli amici che hanno partecipato: Emilio, splendido padrone di casa (grazie all’albergo Manuelina di Recco, che ci ha ospitato), Filippo(CWB Probaresky), Gian Franco e Giovanni (111° Re-enachment), Marco e Stefano (Circolo Culturale “Garibaldi”), Maurizio (Associazione “Quartieri d’Inverno, e Luca del G.M.B.S.-Faenza(Luca Pansecchi di Tenki(ora Nexus),che ha realizzato la splendida carta su cui si è svolto lo scenario.

Anch’io ho giocato, ma non vi dirò da che parte!


SAVOIA!: “Regolamento tattico per le guerre di indipendenza italiane”

SAVOIA!
È un regolamento realizzato per riprodurre le guerre d’indipendenza italiane dalla seconda del 1859 alla presa di Roma nel 1870, nasce per la scala 15mm, ma può essere facilmente adattato ad altre scale.
La struttura del Regolamento è fortemente ispirata ai principi che regolano il regolamento Fire & Fury realizzato per la guerra civile americana.
Questa somiglianza strutturale costituisce un vantaggio nell’apprendimento, poiché per chi già conosce Fire & Fury è molto facile il passaggio su SAVOIA!.
Le guerre post napoleoniche in Europa ed in particolare il conflitto italiano, hanno caratteristiche uniche e ben precise che il Regolamento simula con precisione consentendo la corretta ricostruzione di tutte le battaglie svolte tra il 1859 ed il 1870 (ma in realtà abbiamo giocato anche la prima Guerra d’Indipendenza) in Italia dalle più piccole (Mentana 1867 ad esempio) alle più grandi come Solferino.
SAVOIA! È dunque un Regolamento ottimamente calibrato per chi vuole effettivamente riprodurre sul tavolo di gioco la guerra con il massimo del realismo possibile.
E’ gioco per “palati fini”, ma è semplice da apprendere ed applicare e quindi anche un neofita vi si può avvicinare facilmente.
E’ gioco capace di sviluppare partite dal realismo impressionante, tanto che a volte è difficile accettare i vincoli comportamentali che, se è vero che sono parte integrante del realismo storico, è altrettanto vero che sono indigesti da accettare per il giocatore che ne subisce gli effetti.

Una sola raccomandazione, prima di giocare con SAVOIA! meditate attentamente sulla frase di Coluccio Salutati, Cancelliere fiorentino del XV° secolo, che leggete nel sottotitolo del mio blog!

Ma in fondo, a pensarci bene, questa è una regola generale che dovrebbe valere sempre per ogni serio wargamer storico!